Anno 1 - N. 2 / 2002


RACCONTO BREVE

L’INCONTRO

di Maria Lucia Galli




No, non era una una cosa normale.
La femmina baia si fermò sospettosa nell’erba alta e il branco si immobilizzò dietro di lei.
Puntò le orecchie in direzione del gruppo di umani che avanzava lento nelle ultime luci del crepuscolo. Forse non era il caso di allarmarsi. Al calare del sole solo gli uccelli notturni si preparavano per la caccia.
Conosceva a memoria tutte le abitudini dei predatori. Era indispensabile per sopravvivere, ma quella era una specie strana e imprevedibile. Più pericolosa delle altre. Non molto veloce nella corsa, non disponeva nè di artigli resistenti, nè di zanne, ma era ugualmente feroce e soprattutto riusciva sempre a sorprenderla (chi?: la preda?).
Meglio diffidare.
Con cautela, avanzò di qualche passo mentre, con movimento appena accennato del corpo, ordinava ai suoi compagni di restarsene immobili.
Non poteva farci niente, quasi sempre in lei la curiosità riusciva ad avere il sopravvento sulla paura. Alcuni della specie erano fatti così.
Pensò al suo penultimo nato. La voglia di scoprire il territorio già lo spingeva ad allontanarsi da solo e per un tempo troppo lungo. Guidarlo non era facile e spesso aveva dovuto richiamarlo con forza al rispetto della gerarchia e dell’ordine del branco. Non era uguale agli altri e per quanto lei si sforzasse, sapeva che presto se ne sarebbe andato. Troppo presto per sperare che potesse sopravvivere.
Un rumore crescente la fece sussultare. Proveniva dal gruppo degli umani.
Disposti in circolo, muovendosi convulsamente,emettevano un suono vibrante, profondo. Somigliava a un grido, ma non esprimeva dolore. No, la sofferenza aveva un odore preciso. Questa sembrava piuttosto un’invocazione, forse un richiamo.
Poi fu il silenzio.
Con lentezza esasperante gli uomini si avvicinarono al centro della radura.
Lì sedeva immobile il ragazzo. Uno dopo l’altro gli si avvicinarono, deposero ai suoi piedi un’ascia di legno, una pietra intagliata, un carbone ardente e disparvero nella foresta.
Quando non ci fu più nessuno, il giovane, poco più di un bambino, si scosse dalla sua malinconica immobilità. Si guardò intorno, raccolse dei rami secchi e accese un fuoco. La sua paura era qualcosa di palpabile.
La femmina baia non capiva. Che razza di specie era quella che abbandonava uno dei suoi nella foresta?
Però di una cosa era certa. Il pericolo era passato. Fece per allontanarsi.
Fu allora che l’imprevedibile accadde. Invece di seguire il branco, il penultimo dei suoi nati si incamminò cautamente verso il ragazzo. Al chiarore incerto delle fiamme, il suo mantello nero sembrò riflettere, amplificando, il mistero stesso della luce.
Dolf Rulk lo fissò ammaliato. La tensione lacerante, per la difficile prova che lo attendeva, sembrò stemperarsi quando il suo sguardo si perse nella profondità. fiera e compassionevole, degli occhi del cavallo.
Quella che aveva davanti a sè era una divinità della foresta. Dolf Rulk non osava muoversi, temendo di interrompere con un gesto, la magia di quell’incontro.
Ancora una volta fu il cavallo a prendere l'iniziativa. Un movimento rapido del capo, un suono soffocato verso il folto degli alberi e con naturalezza si distese nell’erba, poco lontano dal ragazzo.
Tutto il branco sentì quel richiamo e l’agitazione ebbe il sopravvento. Anche la femmina baia era incerta. L’istinto le suggeriva di fermarsi, l’esperienza di fuggire lontano. Scelse una soluzione intermedia. Sarebbero rimasti in prossimità della radura, ben visibili seppure a distanza di sicurezza.
Passarono molti giorni e la situazione proseguì immutata.
Il giovane uomo e il cavallo seguivano il gruppo nei suoi frequenti spostamenti alla ricerca dell’acqua e del cibo. Sapevano di dover restare sufficientemente lontani, ma per nessuno dei due questo costituiva un problema.
L’unica cosa che volevano era conoscersi.
Per molto tempo non osarono toccarsi, ma il contatto fisico e il gioco erano, per il giovane stallone, una necessità vitale. Fu così che un giorno, mentre Dolf Rulk era chinato a raccogliere piante medicinali, lo sorprese alle spalle e, con una potente musata, lo fece rotolare sull’erba alta. La curiosità reciproca si trasformò in amicizia. Ora dormivano vicini e nel pericolo si stringevano l’uno verso l’altro.
Giorno dopo giorno il ragazzo restava ammirato dalle imprescrutabili capacità del suo strano compagno. Non era tanto la velocità nella corsa ad affascinarlo, quanto quella misteriosa facoltà di comprendere i suoi stati d’animo, di prevenire i suoi pensieri. I giorni trascorrevano quieti e presto la luna sarebbe nuovamente scomparsa dal cielo. Il tempo di permanenza nella foresta stava per giungere al termine.
Dolf Rulk sapeva di aver superato solo in parte le prove che la tradizione prescriveva a chi volesse essere riconosciuto sciamano. Era riuscito a sopravvivere, aveva trovato e raccolto le erbe della medicina, ma non avrebbe portato al suo ritorno nessuna preda uccisa.
Non poteva farlo.
Lo sguardo del cavallo gli impediva di infrangere quella misteriosa armonia che era venuta creandosi con gli animali della selva. Non sapeva cosa sarebbe accaduto al suo ritorno, ma avrebbe comunque seguito il suo destino.
L'ultima giornata iniziò sotto una pioggia battente. Erano giorni che il cielo riversava acqua, ininterrottamente. La terra si era trasformata in melma e il fiume scorreva impetuoso.
Come sempre i cavalli erano andati ad abbeverarsi, ma non era facile districarsi tra le sponde scivolose e lo scorrere rapido dei flutti.
Fortissimo, si levò un nitrito.
Uno dei puledri era rimasto impantanato. Impotente, il branco lo osservava, immobile.
Cautamente Dolf Rulk si avvicinò, entrò nell’acqua fino alla cintola e, con tutta la forza che aveva, sospinse il piccolo verso un punto sabbioso. Fece in tempo a vederlo uscire barcollante dal fango prima di essere risucchiato dalla corrente. Si sentì trasportare verso il fondo ed ebbe voglia di lasciarsi andare. Forse era il dio del fiume a volerlo con sè.Una potenza benefica si materializzò al suo fianco. Con un gesto inconsapevole scivolò sul suo dorso, afferrò con le mani la criniera e si sentì trasportare fuori dall’acqua. Ora volava nel vento, cullato dal pulsare ritmico dei muscoli del cavallo sotto di lui. In un attimo furono fuori dalla foresta.
Istintivamente girò la testa verso il luogo del suo villaggio. Lo stallone rallentò l’andatura e dolcemente si mosse in quella direzione.Gli uomini del clan videro con stupore avvicinarsi quella strana creatura.
Il Signore degli animali era venuto a visitarli.
Dolf Rulk li vide inginocchiarsi. Comprese che la sua prova era stata superata. Circondò con le braccia il collo del cavallo “Il suo nome è Samhas.” disse “Vivrà presso di noi. Ci offrirà forza, velocità e protezione. Ma fino a che il sole nascerà e morirà all’orizzonte, la maledizione colpirà chiunque osi levare la mano su un membro della sua stessa specie.”