Anno 2 - N. 4 / 2003


MITO E UTOPIA DEGLI EROI ARCHETIPI

Il loro principio della realtà va ricercato nella dimensione estetica

Rivisitazione di "Eros e Civiltà

di Giuliano Tessera



Paradiso terrestre (1576), Jacopo Bassano (Jacopo da Ponte), Roma, Galleria Daria Pamphilj


Al di là del principio della prestazione, della “performance” come unico orizzonte possibile, superata l’Ananke e la lotta per l’esistenza, costitutive del principio della realtà, può avere inizio un tipo di società nuovo fondato sul principio del piacere così come è desumibile dal diagramma della dinamica istintuale di base delineato da Freud, come Marcuse in “Eros e Civiltà” sottolinea.
“Al di là del principio di prestazione, la produttività della società ed anche i suoi valori culturali perdono la loro validità. La lotta per l’esistenza si svolge su un terreno nuovo e con obiettivi nuovi: essa si trasforma nella lotta concreta contro ogni restrizione del libero gioco delle facoltà umane, contro la fatica, la malattia, la morte. Una nuova esperienza fondamentale dell’essere cambierebbe l’esistenza umana nella sua totalità”.
Sulla base di queste premesse si pongono in primo piano, rievocate dagli abissi del passato, le immagini di Orfeo e Narciso, gli “eroi civilizzatori” che contro ogni regola continuano a vivere nell’immaginazione ( produttiva ) là dove, nel regno della fantasia, le immagini della libertà diventano razionali e la “profonda bassezza” della soddisfazione degli istinti assume una nuova dignità.
L’eroe archetipo impegnato perennemente nello sforzo di dominio della vita, dove progresso e fatica “sono legati inestricabilmente” è invece Prometeo, per-altro sempre costantemente minacciato da Pandora, una vera e propria maledizione disgregatrice e distruttiva: la bellezza e la felicità che promette sono elementi fatali nel mondo del lavoro e della civiltà.
Al polo opposto, appunto, Orfeo e Narciso si offrono e si esprimono non con il comando ma con il canto, con la pace e la liberazione dal tempo unendo in tal modo l’uomo a dio, l’uomo alla natura.
Eros e Thanatos sono riconciliati per merito di queste figure: il mondo non va dominato e controllato, ma liberato. Ecco che così si afferma per la prima volta un ordine non repressivo dove la “statica trionfa sulla dinamica”, proponendo una produttività che è sensualità, gioco e canto. Il sorriso di sufficienza di molti ne confermerà il profondo intento modificatore.
L’esperienza orfica e narcisistica del mondo è infatti diametralmente opposta proprio al mondo che il principio di prestazione sostiene: l’uomo e la natura si riconciliano reciprocamente, senza violenza, finalmente liberati da Eros.
Il canto di Orfeo riconcilia il leone con l’uomo, fa muovere foreste e rocce così come Narciso - antagonista di Eros- simboleggia il sonno, la morte, il silenzio e il riposo.
Narciso però non ama solo se stesso, non sa che l’immagine che ammira è la sua: il riposo, il sonno e la morte non sono disgiunti: oltre la morte continua a vivere come il fiore che porta il suo nome.
Il narcisismo può contenere in sé il germe di un principio della realtà differente, può generare un ordine esistenziale finalmente comprensivo.
Le immagini orfico-narcisistiche rimandano al Grande Rifiuto, proteso alla riuniuone di ciò che è separato.
In Orfeo l’arte, la libertà, la cultura sono perennemente riunite. Per opera del canto, non della forza. Come Narciso che protesta contro l’”ordine normale” delle cose : il suo linguaggio è canto, la sua opera è gioco così come la sua vita è bellezza e la sua esistenza è contemplazione.
Il loro principio della realta va ricercato nella dimensione estetica.
Appoggiato alla balaustra che circonda l’ampio bacino prospiciente l’oceano, osserva il quotidiano perenne bagno degli ippopotami. Palmizi e vegetazione lussureggiante fanno somigliare molto l’ambiente a quello che uno si immagina poter essere il Paradiso Terrestre. A San Diego nel campus di La Jolla dell’Università della California Herbert Marcuse vive e lavora bene. Attorno a lui in qualche modo è nata una scuola di grande cultura e di vita. I colleghi e amici di un tempo hanno scelto altre strade. Il fascino e la nostalgia del vecchio continente hanno fatto presa e per molti di loro tornare nella Germania ( ancora divisa in due) è stato come rimuovere i motivi che li avevano costretti a cercare rifugio altrove per sfuggire alla barbarie nazista. Sorte che toccò a gran parte della intellighenzia tedesca spesso di origine ebraica specialmente quella che aveva assistito alla nascita e alla dissoluzione della Repubblica di Weimar.
Horkheimer, Adorno, Fromm sono i primi volti che gli si affacciano alla memoria: il lavoro comune a Francoforte prima, poi in Svizzera e Francia, infine nel Nuovo Mondo.

Lavoro comune ma anche fitte polemiche sempre sostenute comunque da una straordinaria ricchissima eredità culturale che probabilmente prendeva le mosse dal Romanticismo e dall’Idea- lismo tedesco ed europeo “arricchito” via via dalla fenomenologia, dall’esistenzialismo, dal marxismo (specialmente quello del giovane Marx), dalla psicanalisi…
Walter Benjamin , bloccato sul confine franco-spagnolo, si era tolto la vita da tempo, sin dal Settembre del ‘40. La Scuola di Francoforte pesa enormemente sulla vita e sulle opere di Marcuse anche se ormai da tempo ogni componente viaggia su propri binari, con divergenze spesso inconciliabili.
Rivede se stesso, la sua infanzia e i suoi primi studi a Berlino nel primo dopoguerra, l’epilogo drammatico del movimento spartakista, l’insieme complesso e composito delle suggestioni letterario-filosofiche che concorreranno alla sua formazione: dalla “filosofia della vita” al neokantismo, dalla fenomenologia husserliana all’estetica hegeliana mediata forse, come è stato detto, dall’opera di Lukàcs. Ma forse su tutte quelle che ricorda lucidamente non senza commozione sono le pagine di Schiller, contenute nelle “Lettere sull’educazione estetica dell’uomo” che prefigurano una società non repressiva, in cui, scomparso ogni antagonismo violento, si fondono in una unità armonica lavoro e gioco, ragione e immaginazione.
Quanto tempo è passato.
Quanta storia, storia di dittature, violenze, sopraffazioni, esilii, sterminii.
Che non sembrano placati anche dopo il secondo conflitto mondiale e che anzi tengono a lungo in scacco il mondo proprio con l’equilibrio della minaccia della distruzione atomica.
La Ragione non ha ancora fatto il suo ingresso nel mondo: il reale non è razionale.
Può diventarlo? Come, in che modo, quali saranno i soggetti che faranno compiere il passo decisivo? Chi è nel Sistema o chi vive ai suoi margini? Quante domande. Poche risposte.
Sa di avere avuto successo e popolarità come pochi in vita. Ha criticato entrambi i sistemi che gestivano il periodo della “guerra fredda”, diversi ma chiusi nel loro universo: la società sovietica, quella industriale avanzata. L’uomo a una dimensione, subordinato a un lavoro alienato e mortificante ne è il prototipo.
E poi via via, come in un film in rapida sequenza, le rivolte studentesche di Berkley, il Maggio francese, la Libera Università di Berlino, tutta l’Europa e il mondo.
Una fiammata.
Rapida e incredibile, finita la quale solo sui reietti ed emarginati poteva andare uno sguardo con qualche speranza. Ma l’universo del discorso andava sempre più richiudendosi.

L’utopia era finita ma l’attesa di un mondo diverso non era ancora tramontata.

La musica
Orfeo, nella mitologia greca, è il poeta tracio, figlio del re Eagro e della musa Calliope, che con la dolcezza della musica e del suo canto riusciva ad ammansire le belve, commuovere i sassi, far danzare le piante.
Lo troviamo con gli Argonauti alla conquista del vello d’oro; poi, sposata Euridice, si stabilì presso i Ciconi (in Tracia). Un giorno Euridice, mentre fuggiva dal dio-pastore Euristeo che tentava di usarle violenza, incespicò su un serpente e morì per il suo morso.
Orfeo, coraggiosamente, discese nell’Ade e con la forza della musica incantò Caronte, il cane Cerbero, i tre giudici dei morti, fece cessare momentaneamente le pene dei defunti, placò il duro cuore di Ade, tanto da indurlo a restituire Euridice al mondo dei vivi, a patto che non si volgesse a guardarla fintanto che ella non fosse giunta alla luce del sole. Euridice seguì lo sposo che le faceva da guida con suono della sua lira.
Fuori però, alla luce del sole, Orfeo si volse:

"Orfeo cantando all'Inferno la tolse,
ma non poté servar la legge data,
ché 'l poverel tra via drieto si volse,
sì che di nuovo ella gli fu rubata,
però ma' più amar donna non volse,
e dalle donne gli fu morte data."
(Poliziano)

la bellezza
Narciso, figlio del dio Fluviale e della ninfa Lirope, una delle Oceanine, fu meravigliosamente bello, secondo la leggenda, ma senza saperlo.
L’indovino Tiresia consultato dalla madre predisse che sarebbe vissuto finchè non si fosse conosciuto. Narciso appassionato di caccia, percorreva, solitario, boschi e monti: in uno di questi incontrò la ninfa Eco che si innamorò perdutamente di lui. Narciso non corrispose all’amore di lei, riducendo la ninfa ad un ombra della quale non rimase che la voce.
Ma Nemesi la terribile dea che puniva le dolcezze e i gli errori degli uomini, mossa a pietà della inconsolabile Eco decise di vendicarla, conducendo Narciso sulla sponda di una fonte dalle limpide acque, che gli rimandarono come uno specchio le proprie sembianze, di cui si innamorò perdutamente, ignorando che fossero le proprie.
Non trovando la forza di staccarsene morì di consunzione per il desiderio di un amore impossibile.

un ricordo personale
Ci ritrovammo nella hall dell'Hotel Continental (oggi sostituito da una banca) in Via Manzoni, dopo la conferenza, affollata e incandescente tenuta al Piccolo Teatro in Via Rovello a Milano dove Herbert Marcuse, il mito vivente della contestazione, mi aveva detto di recarmi dopo la conferenza. Era la primavera del 1969.
Avevo con emozione partecipato a tutto il dibattito seduto vicino alla dolcissima signora Marcuse, scambiando con lei, in genere dopo ogni applauso rivolto al marito, qualche cenno di assenso. Marcuse aveva preteso interpreti non professionisti per tradurre simultaneamente le sue risposte e, quando l'atmosfera fu sufficientemente calda non ebbe esitazioni a togliersi la giacca e mostrarsi in maniche corte con bretelle senza perdere la sua signorilità di tedesco americanizzato.
Il gesto fu comunque sottolineato dal pubblico.
Il dibattito fu lungo e intenso, Marcuse non si risparmiò anche se nulla di nuovo in quell'occasione venne detto rispetto a ciò che aveva scritto e detto.
Raggiunsi il Continental con la mia "500" e attesi Marcuse nell'ampia hall arredata in stile retrò con le luci soffuse. Arrivò poco dopo, rinfrescato e sereno, si sedette vicino a me subito ricordando la corrispondenza intrattenuta da circa tre anni con lui.


Immagini a commento:
Metamorfosi di Narciso, Salvator Dali, Londra, Tate Gallery
Pandora, Harry Bates, Londra Tate Gallery
Orpheus (1865), Gustave Moreau, Parigi, Museo d’Orsay
Ritratto di Herbert Marcuse (Berlino 1898 – Starnberg 1979)
Ritratto di Theodor W. Adorno (Francoforte sul Meno 1903-Wallis 1969)
Ritratto di Friedrich Schiller (Marbach 1759-Weimar 1805)
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