Anno 3 - N. 7 / 2004


LA SOPPRESSIONE DEL CONVENTO DE “LA CAVARIA”

Il primo atto di applicazione dei decreti del concilio di Trento del 1545 – 1563

di Vittorio Macchi



Raffigurazione del Concilio di Trento, dipinto attribuito a Elia Naurizio, 1633.


Presso l’Archivio Spirituale della Diocesi di Milano esiste un documento scritto da Papa Pio lV di propria iniziativa (“motu proprio”), detto curialmente “Breve”, in cui ordina al Cardinale di Milano Carlo Borromeo, suo nipote, di por fine agli scandali che avvengono nel Monastero dei Santi Quirico e Julitta della Cavaria (1). Lo scritto porta la data del 24 dicembre 1563, vigilia di Natale, venti giorni dopo la chiusura del Concilio di Trento, avvenuta il 4 dicembre dello stesso anno, per opera del Cardinale Morone.

Il “breve” papale appare, ad una prima lettura, una reprimenda per moralizzare la vita monastica di un piccolo monastero di campagna in cui erano avvenute cose poco edificanti, all’epoca purtroppo frequenti, ma se si considerano la data in cui fu redatto, le condizioni politiche del momento, il travaglio della Cristianità dopo lo scisma di Lutero e di Calvino, la personalità del Papa e il rango sociale delle monache del Monastero della Cavaria, si comprende tutta l’importanza storica dello scritto, che va al di là dell’episodio locale.
Anzitutto riportiamo il documento secondo la traduzione pubblicata da Don Cazzani su “Cavaria in Cammino” (2).
«MOTU PROPRIO»: come abbiamo sentito, nel monastero dei santi Quirico e Julitta della Cavaria, isolato e lontano da Gallarate due miglia, in diocesi di Milano, sono accadute molte cose cattive (multa mala evenerint); perciò al diletto figlio nostro Cardinale Carlo Borromeo che, quand’era ancora minorenne ebbe in commenda l’Abbazia dei Santi Gratiniano e Felino di Arona in diocesi di Milano [a 1550], dalla quale dipende il monastero [della Cavaria] concediamo di fare o di incominciare il processo contro Francesca Visconti, la quale in qualità di abbadessa perpetua governa il medesimo cenobio, e contro altri o altre persone verso le quali forse sarà opportuno procedere.
Benchè in virtù della sua giurisdizione ordinaria [il Cardinale arcivescovo] possa prendere provvedimenti contro i predetti mali sia nel capo che nelle membra (tam in capite quam in membris), punire i malfattori, conservare o distruggere detto monastero, rimuovere l’abbadessa e le monache e privarle di qualsiasi diritto, affinché non capiti che qualcuno dubiti della sua giurisdizione e della forza della sua autorità, che hanno maggior potenza e vigore da questo Motu proprio, ordiniamo e comandiamo al medesimo Carlo Cardinale che personalmente o tramite un suo vicario abbia ad istruire o, se già incominciato, a continuare il processo giudizialmente formato allo scopo di provare le predette colpe e altre; lo stesso monastero poi, se a lui parrà opportuno, potrà essere soppresso e i suoi frutti e proventi potranno essere destinati ad altra opera, a suo piacimento, costringendo la stessa abbadessa e le monache, assieme o singolarmente, a lasciare il medesimo monastero, destinandole ad altri monasteri anche di diverso ordine, ove riceveranno l’abito loro offerto e saranno ammesse alla professione; ad esse lo stesso Carlo Cardinale, o un suo vicario, assegnerà il necessario alla vita per tutto il tempo della loro esistenza e non oltre (donec vixerint tantum et non ultra).
Per il resto proceda secondo i casi e a norma delle leggi canoniche come a lui sembrerà opportuno nonostante le costituzioni, ordinazioni, gli Statuti, i privilegi e gli indulti apostolici concessi allo stesso monastero, ai quali espressamente deroghiamo….”.
Lo scritto ci appare singolare per diversi motivi.
In primo luogo sembra strano che il Papa appunti le sue ire proprio alla Vigilia di Natale su un piccolo monastero di campagna, che ospitava una decina di monache, in un momento nel quale ben altri problemi urgevano sulla Cristianità, dopo lo scisma luterano del 1520.
Basta ricordare la situazione in Francia ove fervevano le lotte di religione che sarebbero sfociate dopo qualche anno, nel 1572, nella terribile notte di San Bartolomeo. Pure in Inghilterra era da poco morta la Regina Maria, “la Sanguinaria”, figlia di Enrico VIII, la quale aveva cercato di restaurare il Cattolicesimo. Ma soprattutto i Turchi che, conquistata l’Ungheria e, assediata una prima volta nel 1529 Vienna, costituivano un pericolo costante per l’Europa cristiana.
Un altro motivo di sorpresa per lo scritto del Papa Pio IV è rappresentato della persona a cui era indirizzato e precisamente “al diletto figlio nostro Cardinale Carlo Borromeo”. Questi, figlio di sua sorella Margherita, aveva allora 25 anni ed era stato eletto da poco Cardinale di Milano, ma rimaneva a Roma presso lo zio come Segretario di Stato e Protonotario Apostolico.
È evidente che il Motu proprio fosse preventivamente compilato assieme al nipote a cui era diretto e reso pubblico per motivi importanti, superando lo scandalo.
Il Papa doveva conoscere bene il Monastero della Cavaria. Infatti era nato a Milano, nel 1499, dalla famiglia Medici, nobile casato, omonimo ma senza rapporti di parentela con quello più illustre di Firenze. Da giovane aveva trascorso parecchio tempo nel castello di Frascarolo, tuttora esistente e ben conservato, in una amena località presso Induno Olona, a nord di Varese. Nei suoi viaggi verso Milano sarà passato più di una volta da Cavaria e forse si sarà anche fermato nel monastero.
Il Papa era una persona molto decisa, non per nulla era fratello di quel Gian Battista Medici detto il Medeghino, singolare figura di Signore rinascimentale che, nel torbido periodo delle guerre tra Francia e Spagna in Lombardia, si era costituita una sua Signoria personale comprendente il Castello di Monguzzo in Brianza, la Città di Lecco e il Castello di Musso presso Dongo.
Il Papa aveva voluto nel 1562 la riapertura del Concilio di Trento, concilio indetto per contrastare lo scisma luterano e per moralizzare la Chiesa, ma che si trascinava dal 1545 soprattutto per il mal volere della Regina Madre di Francia e dell’Imperatore asburgico, timorosi di una rivolta dei Principi che avevano abbracciato il Luteranesimo ed il Calvinismo. Conclusosi il Concilio, occorreva mettere in atto le risoluzioni moralizzatrici. Se era possibile imporle nei confronti del Clero, non semplice appariva l’impresa riguardo agli Ordini monastici, abituati da secoli a far capo alle loro gerarchie o al potere civile e non al Vescovo. A conferma di questo, per limitarci al solo Monastero di Cavaria, esistono presso l’Archivio di Stato di Milano lettere di Abbadesse di detto Monastero indirizzate ai Duchi di Milano per essere nominate o trasferite in altri conventi. Val la pena di ricordare una supplica di una Abbadessa di Cavaria, Violante de Zuttis, che vuole scambiare la sede con una badessa del Convento di San Pancrazio di Villadosia, ora frazione del Comune di Casole Litta (3).
Il documento è senza data ed è indirizzato all’Illustrissima ed eccellentissima Signora, probabilmente la Duchessa Bona di Savoia, vedova di Galeazzo Sforza che resse il Ducato dal 1476 al 1480 (4).
Altre due suppliche riguardano una suor Ursulina di Brivio, monaca a Cavaria.
La prima, del 1491, è rivolta al duca Gian Galeazzo Maria Sforza, per ottenere d’essere eletta abbadessa (5).
La seconda, del 1496, reca un ricorso della stessa monaca a Lodovico il Moro, duca di Milano, per essere confermata abbadessa nel medesimo monastero (6).
Dati questi esempi riferentesi ad un minuscolo monastero di campagna, si può arguire quale fosse l’ingerenza dei poteri civili presso gli Ordini religiosi. Il Papa giudica che non è opportuno ingaggiare una prova di forza e per dare un primo esempio di moralizzazione punta il dito sul Monastero de “la Cavaria” facendo ricorso anche ad una certa arte diplomatica.
Ricorda che suo nipote Carlo, quando era ancora minorenne, ebbe in commenda l’Abbazia dei S. Gratiniano e Felino di Arona dalla quale dipende il Monastero della Cavaria: si avvalga dunque di tale investitura per intervenire e punire le dette monache, anche se l’autorità del Vescovo sull’ordine monastico, come dice il Pontefice nel “Motu proprio”, era implicita, in virtù della giurisdizione ordinaria in atto, ma difficile da tradurre in pratica, per i numerosi privilegi ed indulti apostolici concessi nel passato.
Altra particolarità della lettera del Papa è rappresentata dal fatto che lo scandalo a cui si riferisce era già noto da ben cinque anni e per esso si erano già presi provvedimenti.
Infatti da un documento presso l’Archivio Spirituale Diocesano di Milano apprendiamo che nell’anno 1558 un certo Don Gerolamo Uggeri, Parroco di Jerago, era stato incarcerato nelle Carceri Arcivescovili di Milano con questa imputazione:
“….ipse quamplures et coniugatas et affines et moniales, tam in monasteriis quam extra ea, carnaliter cognoverit et ex aliquibus ex eis filios procreavit ex ipsis monialibus in domo sua habitantibus palam et pubblice tenuerit “ (7).
In sostanza don Uggeri era imputato di essere un libertino corruttore di donne nubili e sposate, laiche e suore e di averle ospitate, coi figli avute da alcune fra queste, nella Parrocchia di Jerago: libertino, ma di buon cuore.
Altre carte d’archivio parlano di questo sacerdote e ce lo dipingono meglio:
In un atto di vendita di un terreno situato a Cavaria “ubi dicitur alla piana”, fatta a Giovanni Sacchi di Gallarate dall’abbadessa Francesca Visconti e dalle otto monache convenute al Capitolo del 13 marzo 1558, compaiono quali testimoni il nobile Visconti del Castello di Jerago e il predetto sacerdote “Testes: Magnificus Dominus Camillus Vicecomes filius quondam Magnifici Azonis; Venerabilis presbyter Hieronymus de Ugeriis filius quondam domini Germani” (8) .
Come appare Don Uggeri aveva molta famigliarità sia coi Signori Visconti del Castello di Jerago che con l’abbadessa del Monastero di Cavaria, pure lei una Visconti, parente del predetto. Va precisato che il Castello e il Monastero distano tra loro poco più di un chilometro. Al tempo erano molti i castelli della nostra zona, tutti abitati da famiglie Visconti. Ve ne erano a Crenna, a Cajello, a Orago, ad Albizzate. Il Monastero di S. Quirico e Julitta della Cavaria era sorto attorno all’anno Mille, al pari degli altri cenobi benedettini femminili esistenti nell’Alto Milanese, a Torba, a Cairate e a Luvinate. Erano tutti sorti in zone poco abitate, che abbisognavano di essere dissodate e riadattate all’agricoltura dopo l’abbandono nei secoli dell’Alto Medio Evo.
A Cavaria nel secolo XlI i reduci dalle Crociate avevano introdotto il culto del Calvario. Su una piccola collina prospiciente il Monastero erano state probabilmente innalzate tre Croci per cui la località aveva preso il nome “della Calvaria”, da cui poi Cavaria. Col passare degli anni e con l’avvento di una vita più agiata, nel Rinascimento, si era assai attenuato il rigore della Regula di San Benedetto. Le monache avevano diminuito il distacco dal mondo con la pratica di più frequenti e liberi rapporti con l’esterno e con l’introduzione di mode mondane. Era poi insorto l’uso di collocare in monastero le figlie di famiglia che non potevano essere accasate convenientemente senza grave sacrificio del patrimonio familiare che doveva essere appannaggio del primogenito. Alcune case monastiche s’erano così gradatamente trasformate in specie di pensionati per donne nubili, senza vocazione religiosa, a cui era logico rendere meno gravosa possibile la rinuncia alla vita di mondo.
Da documenti apprendiamo che all’epoca, tra le monache di Cavaria compaiono i più bei nomi della nobiltà lombarda. Ben tre Visconti, tra cui suor Violante sorella dell’Abbadessa. Una Borromeo, dello stesso casato del Cardinale e poi Cicogna, Mantegazza, Bossi, Besozzi, Crespi, Carnaghi eccetera.
È ben comprensibile la prudenza mostrata da Pio lV nel fronteggiare tanto importanti casate nobili milanesi (9).
È lecito ora porsi una domanda in un certo senso un po’ indiscreta. Nel scegliere Cavaria come primo esempio di moralizzazione della vita monastica, il Papa non è stato forse mosso da una certa mal disposizione verso le famiglie nobili di Milano ed in specie verso i Visconti? La famiglia Medici di Marignano, cui apparteneva, era di recente nobiltà, rispetto alle altre. Vi è ancora di più: suo fratello, il già ricordato Gian Giacomo Medici, detto il Medeghino, in gioventù, nel 1522, in una lite di strada, suscitata a bella posta, aveva proditoriamente ucciso Astorre Visconti, detto il “Monsignorino”. Si disse che ciò era avvenuto per istigazione del duca Massimiliano Sforza e del fratello Francesco, ai quali il Visconti era inviso. L’episodio è ricordato dal primo biografo del Medeghino, M. A. Missaglia (10).
Può darsi che dopo più di 40 anni fosse rimasto ancora un certo rancore tra le casate.
Ma il movente principale che avrebbe spinto, a parere di chi scrive, il Papa ad emettere il “Motu proprio” alla Vigilia di Natale, ad appena venti giorni dalla chiusura del Concilio di Trento e, quindi, data la velocità con cui viaggiavano le lettere nel Cinquecento, ad appena qualche giorno dopo aver ricevuto la notizia della tanto sospirata conclusione dell’assise, fu indubbiamente la necessità e l’urgenza di dare un segnale agli Ordini Religiosi. Probabilmente Pio lV era rimasto deluso dal fatto che nell’ultima Sezione, la XXV, delle Disposizioni del Concilio, in cui i Padri Conciliari si erano occupati degli Ordini monastici, essi avevano sì raccomandato di ammettere, specie nei conventi femminili, le sole aspiranti motivate da vera vocazione ed avevano reimposto le cautele ed i mezzi per la salvaguardia della clausura, tra cui le “grate”, però non avevano imposto in modo chiaro la subordinazione degli Ordini all’autorità del Vescovo.
Questa naturalmente non era stata una dimenticanza, ma probabilmente una prudente cautela verso i potenti capi dei vari Ordini e verso la nobiltà che, come abbiamo visto, da secoli era adusa ad ingerirsi nella giurisdizione dei conventi.
La soppressione del convento di Cavaria è in un certo senso anticipazione del processo che avrà luogo una quarantina d’anni dopo contro suor Virginia de Leyva, la figlia del Governatore spagnolo di Milano, più nota come la Monaca di Monza di manzoniana memoria. Il fatto di Cavaria ebbe esiti assai meno tragici: a Cavaria vi fu forse qualche nato in più, ma ben curato ed allevato nella canonica di Jerago, mentre nel Convento di Monza si fece sparire una conversa e si compirono altri delitti.
Un breve cenno ora alla conclusione della vicenda di Cavaria: il prete don Uggeri scappò quasi subito dalle carceri e si nascose…in un altro convento femminile di Milano: quale posto più protetto dalle autorità ecclesiastiche di un convento?
Queste notizie le apprendiamo da una lettera del Cardinale Borromeo scritta il 15 maggio 1568 a Monsignor G.F. Bonomi suo agente in Roma (11), in cui si fa cenno di una supplica da don Uggeri inoltrata alla Sacra Penitenzeria di Roma, supplica che venne accolta; don Uggeri fu assolto “perché tali crimini non sono provati né si possono provare” e lasciò definitivamente la Parrocchia di Jerago nel 1572.
Il Cardinale dovette insistere per molto tempo per mandare a buon fine il mandato ricevuto, anche perché nel 1565, due anni dopo il “breve”, il Papa venne a morte improvvisamente, lasciando tra l’altro interrotto il palazzo che stava costruendo in contrada Brera, a Milano. Trasferitosi definitivamente a Milano nello stesso anno 1565, il Cardinale Borromeo nel 1568, ben cinque anni dopo la lettera dello zio Papa, riuscì a sopprimere il Monastero e a trasferire le monache a Milano.
Dopo aver più volte minacciato di far tradurre con la forza tutte le suore nel carcere vescovile, il Cardinale raggiunse il suo intento venendo ad un compromesso. Evitò nell’Atto di soppressione del Monastero di far apparire questa come una conseguenza della condotta scandalosa, bensì un adeguamento ad un disposto del Concilio di Trento, così espresso:

“Episcopis facultas concessa sit Moniales Monasteriorum extra moenia urbis vel oppidorum constitutorum, uti ea quae malorum hominum predae et aliis facinoribus facile exposita sunt, ad nova vel antiqua Monasteria intra urbes vel oppida frequentia reducere si ita videbitur expedire”.
Nell’Atto di soppressione, redatto il 10 aprile 1568 (12), il Cardinal Carlo Borromeo, dispose che le Monache di detto Monastero, in numero di 14, fossero condotte a Milano e sistemate in sette conventi ed in particolare la Badessa Francesca Visconti e Margherita Galvalisi nella casa delle donne perdute in Santa Valeria ove più tardi sarà reclusa la Monaca di Monza.
Aveva, così, fine uno dei Monasteri di campagna che per secoli era stato benemerito nel ricupero alla coltura di terreni acquitrinosi ed aveva contribuito alla religiosità della popolazione contadina.

Rimangono a Cavaria degli stabili ormai ridotti quasi a ruderi, però nobilitati da serie di colonne, segni del passato che meriterebbero di essere meglio valorizzati.
Partì da Cavaria la lotta contro l’ingerenza della nobiltà negli Ordini Religiosi: e questo avvenne prima che fossero approvati, il 26 gennaio 1564, e diffusi a tutta la Cristianità nel marzo successivo, i Decreti del Concilio.


NOTE
Visite pastorali, Arch. Spirituale Diocesi di Milano, Pieve di Gallarate vol. 59 q. 29.
Egenio Cazzani, “Cavaria in cammino”, Ed. Parrocchia di Cavaria. 1982, pag. 47.
Archivio di Stato di Milano. Comuni p.a. cart. 23 Cavaria.
Eugenio Cazzani. Opera citata pag. 26.
Archivio di Stato di Milano. Comuni p. a. cart. 23. Cavaria.
Archivio di Stato di Milano. Comuni p. a. cart. 23. Cavaria
Visite pastorali, Arch. Spirit. Diocesi di Milano Pieve di Gallarate. Vol. 36 q. 21.
Visite pastorali, Arch. Spirit. Diocesi di Milano. Pieve di Gallarate. Vol. 59 q. 29.
Per il rango sociale delle famiglie citate vedasi A. Gamberini, P. Somaini, “l’Età dei Visconti e degli Sforza” Ed. Skira. Milano 2001. Per il lusso e le abitudini sociali vedansi “le Novelle” di M. Bandello ambientate a Milano.
M. A. Misaglia, “Vita di Gio. Jacopo Medici” Milano 1605. Citato da S. Bertera “Gian Giacomo Medici. Un’avventura europea” Ed. Comune di Musso (CO).
Biblioteca Ambrosiana, Manoscritto F. 184 inf. ff, 22-23.
Atti del Convegno di Studi, Gallarate, Busto Arsizio 1984 “L’Alto milanese all’epoca di Carlo e Federico Borromeo” Ed. Studi Patri Gallarate 1987, pag. 282 – Arch. Diocesano Mil. Gallarate LXlV 1.